Inaugurazione dell'anno accademico: Il Presidente del Consiglio degli Studenti contro tasse e discriminazione
Sono passati 65 anni da quando, il 2 novembre del 1945, la nostra Università veniva
insignita della medaglia d’oro al valore militare per l’importante ruolo che
essa, attraverso la lotta dei suoi studenti e dei suoi docenti, aveva ricoperto nella
liberazione dall’occupazione nazifascista e nella riconquista della libertà nazionale.
Le prime parole della motivazione che accompagnano questa onorificenza recitano:
“Asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso e munifico di quanti da
ogni parte d’Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti”.
E proprio nel suo motto il nostro Ateneo riassume il valore universale e inalienabile
della libertà, della condivisione e dell’accoglienza: “Universa Universis Patavina
Libertas”, valori ripresi poi nella Costituzione repubblicana. Tale libertà va attivamente
difesa contro ogni azione contraria, che abbia come obiettivo quello di
riproporre un sapere per pochi, un’università chiusa al mondo, un privilegio a
discapito della multiculturalità verso la quale la società contemporanea inevitabilmente
evolve. Oggi è la giornata nazionale dello sciopero dei migranti.
Dopo i fatti di Rosarno e tutte le altre piccole, ma non meno meschine e dolorose discriminazioni, dobbiamo stare pronti e vegliare affinché ogni persona abbia le stesse opportunità e gli
stessi diritti indipendentemente dalla sua religione, dal suo sesso, dal suo orientamento
sessuale o dalla sua origine. Per questo non possiamo, come istituzione
di sapere e libertà, che condannare ogni forma di segregazione ed ogni gesto di
apologia delle atrocità commesse nel nostro paese. Com’è possibile quindi che a un nostro collega studente extracomunitario sia impedito di godere degli stessi strumenti per il diritto allo studio dei quali invece possono usufruire i cittadini italiani? Oggi in Veneto solo il 3% del fondo per le borse di studio può essere assegnato a studenti non comunitari.
Soltanto lo scorso anno questo provvedimento ha visto duecento studenti provenienti da Africa,
Asia, Americhe ed Europa privati del beneficio economico che avrebbero avuto il
diritto di ricevere. La Regione Veneto è responsabile di aver approvato una legge
apertamente razzista, che discrimina gli studenti non sul piano del loro impegno
e delle loro capacità ma su quello della nazionalità. Chiediamo al successore del
presidente Galan, di qualsiasi schieramento politico sia, di cancellare la vergogna
di questa legge discriminatoria, indegna del Veneto accogliente e democratico in
cui vogliamo vivere.
Del resto sono tutti gli studenti, oggi, italiani e stranieri, ad essere esclusi dall’amministrazione
dell’ESU, unica azienda per il diritto allo studio in Italia ad essere
commissariata praticamente da ormai un decennio. Al di là della buona volontà
dei singoli amministratori, chiediamo che sia finalmente ripristinata la legalità e
che il prossimo presidente della Regione nomini un presidente dell’ESU, intorno
al quale si possa finalmente formare un consiglio di amministrazione rappresentativo
di tutte le componenti del mondo universitario.
Nel concetto di diritto allo studio rientra anche la necessità che esso, perché porti
effettivamente tutti allo stesso punto di partenza, debba essere espletato in maniera
completa. È grave che lo scorso anno Padova non abbia coperto tutti gli
idonei al concorso (sia italiani che stranieri) per un totale di seicento borse di
studio mancanti, a fronte di una copertura pressoché totale negli anni precedenti.
Sappiamo benissimo che questa non è solo responsabilità della Regione: il Veneto
resta comunque una delle regioni che più si avvicina all’obiettivo di copertura
totale, sebbene i criteri per l’idoneità siano più restrittivi che in passato. A essere
cambiati, rispetto agli anni scorsi, sono i finanziamenti governativi. È stato il ministro
Tremonti a decidere di fare cassa tagliando sui diritti degli studenti e risparmiando
sulle borse di studio.
Si dimostra quindi che avevamo ragione noi, quando nelle mobilitazioni dell’Onda,
nell’autunno 2008, dicevamo che la 133 e i provvedimenti successivi erano un
tentativo da parte del governo di scaricare sugli studenti e sulle loro famiglie i costi
della crisi. Le prove sono oggi sotto gli occhi di tutti: grazie a quei tagli, la Regione
non ha più i soldi per pagare le borse di studio, e l’Ateneo si trova a proporre un
aumento delle tasse universitarie.
In un momento di crisi economica in cui la disoccupazione ha fatto il suo ingresso
perfino in Veneto, il governo Berlusconi, eletto sulla promessa «meno tasse per
tutti», decide di aumentare la più ingiusta tra le tasse, quella che punisce le famiglie
italiane per il lusso di far studiare i propri figli.
Diritto allo studio, infatti, non è per noi uno slogan vuoto, ma un insieme di precise
rivendicazioni: diritto alla casa, alla mobilità, alle mense pubbliche, alle aule studio
(oggi insufficienti e con orari troppo limitati) alla prevenzione e alla salute, a
una formazione di qualità, all’accesso ai contenuti culturali nel senso più ampio, a
un sapere libero da vincoli proprietari e pubblicamente accessibile, alla formazione
continua, alla ricerca e all’arte libere da ogni vincolo ideologico, confessionale
o economico, alle pari opportunità, alla partecipazione democratica e a forme di
cogestione nel governo delle istituzioni formative e delle città.
Garantire completamente il diritto di ogni persona all’accesso al sapere diventa
poi fondamentale per porre la base di qualsiasi concetto meritocratico. La selezione
in base alle capacità individuali infatti perde ogni significato in un sistema che
non garantisca a chiunque la possibilità di accedere alla selezione stessa, la quale
in questo modo finisce per riflettere le differenze sociali e non le attitudini e competenze
personali.
Si è discussa recentemente la possibilità di aumento delle tasse tramite un sistema
di multe e premi basato sul coefficiente di merito. Su tale eventualità hanno già
espresso forti perplessità i rappresentanti degli studenti negli organi maggiori.
Spero che l’Ateneo voglia mantenere la promessa fatta al Consiglio degli Studenti
di non aumentare per il prossimo anno la contribuzione studentesca.
So bene che le responsabilità delle difficoltà economiche dell’Ateneo sono dovute
agli sconsiderati tagli al fondo di finanziamento ordinario effettuati lo scorso anno
dal governo, tagli che si ripresenteranno incrementati il prossimo anno e dei quali
certamente l’Università di Padova non ha responsabilità diretta. La preoccupazione
rimane però quella dello scarico del peso delle decurtazioni in primo luogo
sugli studenti, di fatto considerandoli uno spreco da ridurre.
Credo pertanto che sarebbe importante capire come fronteggiare gli ormai certi tagli, superare questa
fase di navigazione a vista e preparare con la collaborazione di tutte le parti
dell’ateneo un piano per affrontare questa irresponsabile volontà governativa.
Mi turba profondamente, inoltre, e lo dico da studente per cosi dire meritevole,
la volontà di punire lo studente sotto la media. Perché uno studente che ha una
media più bassa, usufruendo degli stessi servizi di tutti gli altri, deve pagarli di più?
Forse uno studente in ritardo non paga già più tasse dovendo pagare più anni di
uno studente in regola? Sembra che in questo paese stia passando il principio per
cui uno studente inferiore alla media sia una perdita e pertanto debba risarcire
il danno che arreca, ovvero che la sua formazione sia fondamentalmente inutile.
Si tratta invece, fortunatamente, di un laureato in più, un soggetto formato, un
arricchimento per la società che ha investito in lui.
Il merito per gli studenti viene già valutato tramite la scala dei voti ed è già premiato
e punito nella selezione nel mondo del lavoro. Mi chiedo se non siano altri
settori dell’università a doversi sottoporre alla meritocrazia: quali conseguenze ha
la valutazione sulla didattica e sulla ricerca? Apparentemente ben poche.
È vero che l’Università ha bisogno di merito, siamo noi studenti i primi a rivendicarlo.
Ma il merito non va inteso come una discriminazione, bensì come un’opportunità.
Invece di mettersi a punire insensatamente chi ha una media un po’
più bassa, perché l’università non si preoccupa di fornire maggiori opportunità
di formazione ai suoi studenti più capaci? Gli studenti hanno diritto a una formazione
di qualità per tutti e per tutte, e a partire da questa base vanno costruite le
opportunità di formazione alta e maggiormente selettiva in grado di valorizzare
al meglio le migliori menti della nostra generazione. Come è possibile parlare di
alta formazione selezionata quando la nostra formazione universitaria di base, in
alcune facoltà, è fatta di lezioni in cinema o teatri affollatissimi? Che livello di interazione
tra studente e docente possiamo pretendere in queste condizioni?
Per un’Università della qualità e del merito per tutti e per tutte c’è bisogno quindi
di più investimenti da parte del governo, prendendoli magari dalle quote di bilancio
destinate alle grandi opere o alle spese militari o al nucleare. L’unica risorsa di cui
dispone l’Italia, oggi, sono i cervelli dei suoi giovani. L’unica grande opera in grado
di rilanciare il nostro paese è investire su di loro, sulla loro formazione, sulla ricerca.
All’orizzonte si prospetta l’ennesima riforma dell’università. Ennesima riforma
ma medesimi fini delle precedenti, in una spirale riformista che sembra non avere
mai fine. Ancora oggi, il ministero è preoccupato dal numero di studenti in ritardo,
ma esso non sarà in parte dovuto anche alle continue riforme, che obbligano
lo studente a districarsi in una giungla di ordinamenti diversi?
È difficile valutare nei particolari una riforma che potrebbe venire ampiamente
modificata prima della sua approvazione. Alcune tendenze destano però preoccupazione:
la prima è la richiesta di delega al governo sulla normativa relativa al
diritto allo studio, che temo porterà più a nuovi tagli che a nuovi esperimenti.
La seconda riguarda l’eccessiva centralità del consiglio di amministrazione e la forte
presenza di membri esterni all’università rispetto alle componenti interne, con
il rischio che, assieme alle minori risorse stanziate, questo porti ad una pseudoprivatizzazione
delle università stesse, come ci dimostra l’esempio di Siena.
Un ultimo punto riguarda la figura del ricercatore precario che, pur mettendo ordine
nell’attuale selva di assegni, contratti e borse presente tra il dottorato di ricerca e
l’entrata in ruolo, rischia di essere una trappola: molti ricercatori precari, infatti,
potrebbero trovarsi, dopo dieci anni di attività, esclusi a causa di un effetto imbuto
dato dai pochi posti disponibili.
Possiamo permetterci davvero di rinunciare alla ricerca, in un momento così delicato
di generale crisi economica e ambientale? Ha senso, davvero, risparmiare
sull’innovazione, quando la nostra generazione ha di fronte a sé la sfida di una
sostenibilità dello sviluppo dal punto di vista ecologico e sociale?
Solo con nuovi investimenti sulla formazione, sul diritto allo studio e sulla ricerca
possiamo rivendicare quella centralità del sapere nella società contemporanea su
cui si può basare la costruzione di una società della conoscenza libera, democratica
ed eguale. E questa centralità dei soggetti in formazione è necessaria ad ogni
livello, compreso quello cittadino. Troppo spesso le studentesse e gli studenti a
Padova si sentono stranieri, ospiti, alieni, talvolta mal tollerati. Non siamo a Padova
solo per riempire i registratori di cassa dei baristi del centro, ma per essere una rigistratori di cassa dei baristi del centro, ma per essere una risorsa potenzialmente enorme nel tessuto sociale e culturale di questo territorio, se si decidesse di valorizzarla nel modo giusto. Va tanto di moda, in questo periodo,
parlare di identità locali. Ma qual è l’identità di Padova, se non quella di una città
universitaria, abitata e arricchita ad ogni livello dagli studenti?
Perfino le date della nostra storia, le date delle lotte di liberazione, hanno visto
come protagonisti gli studenti: l’8 febbraio 1848 dell’insurrezione contro l’impero
austriaco come il 1 dicembre 1943 con l’appello del rettore Concetto Marchesi.
Ora come in passato, noi studenti e studentesse possiamo essere protagonisti della
nostra storia e della nostra società. Spetta a noi, senza aspettare che ci venga
ceduto il passo, tirare fuori il coraggio e far soffiare un vento di novità anche in
un’aula un po’ polverosa come questa. Solo se avremo il coraggio, l’entusiasmo e
la determinazione di cui c’è bisogno potremo costruire un futuro di uguaglianza,
giustizia e libertà.
Vi ringrazio.
Gianluca Pozza
Ultimo aggiornamento ( Sabato 06 Marzo 2010 19:31 )





